Ci sono giorni in cui mi sembra di essere solo un progetto.
Un work in progress che non arriva mai alla versione definitiva.
Scrivevo del post sull’anticellulite che è l’utlimo che avete letto su questi schermi e mi sono fermata a metà frase. Perché sotto quella parola – costanza – c’era molto di più. C’era questa sensazione costante di dover fare qualcosa per migliorare. Sempre.
Faccio terapia.
Metto ordine in casa.
Metto ordine nel lavoro.
Riorganizzo il metodo.
Scrivo liste.
Mi alleno.
Cerco di mangiare meglio.
Cerco di parlare meglio.
Cerco di reagire meglio.
Cerco di essere una versione più centrata, più stabile, più adulta.
Eppure a volte mi sembra che non basti mai.
Metto in ordine gli armadi e dopo due settimane sono di nuovo in disordine.
Lavoro sul metodo e poi qualcosa si inceppa.
Mi alleno e il corpo cambia, sì, ma non nel modo o nei tempi che avevo immaginato.
Mi impegno a migliorare il rapporto con me stessa, e poi basta una giornata storta per farmi sentire di nuovo indietro.
È una sensazione strana, questa di essere sempre “in costruzione”.
Come se la vita fosse una continua manutenzione.
E poi c’è il corpo.
Il mio corpo che cambia, che reagisce, che a volte collabora e a volte no.
Che mi ricorda che forse arriverà una gravidanza – lo spero, lo penso, lo immagino – e allora mi chiedo: ma a cosa serve questa rincorsa? Se cambierà di nuovo. Se cambierà ancora.
A cosa serve allenarmi, sistemarmi, migliorarmi, se poi la forma si trasformerà?
A cosa serve fare ordine, se l’ordine dura poco?
A cosa serve lavorare su di me, se non esiste un punto di arrivo definitivo?
E mi rendo conto che forse il problema sta proprio lì: nell’idea di punto di arrivo.
Come se da qualche parte dovesse esistere una versione di me “sistemata”.
Casa in ordine.
Metodo perfetto.
Corpo in equilibrio.
Emozioni regolate (cazzo di instagram che ogni tot mi porta nuovi standard che non riesco a raggiungere).
Ma forse non funziona così.
Forse il punto non è arrivare.
Forse il punto è fare.
Fare terapia non per diventare una persona nuova, ma per capirmi un po’ meglio.
Allenarmi non per raggiungere una forma finale, ma per sentirmi viva nel corpo che ho oggi.
Mettere in ordine non per avere una casa perfetta, ma per respirare meglio adesso.
Ma.
Mi stanco di migliorare.
Mi stanco di analizzarmi.
Mi stanco di sentirmi sempre in cammino.
Mi chiedo se serva davvero tutto questo impegno.
Poi però penso che forse la vita è proprio questa tensione continua tra ciò che sei e ciò che stai diventando.
Un piccolo passo avanti, due indietro, uno di lato.
Forse non siamo fatti per “arrivare”.
E magari il senso non è diventare la versione migliore possibile, ma restare in relazione con noi stessi mentre cambiamo.
Non so se mi basta come risposta.
Non so se domani non tornerò a sentirmi di nuovo in ritardo su qualcosa, probabilmente si.
So solo che oggi, mentre scrivo, sento che non voglio essere solo un progetto.
Voglio essere anche una presenza. Imperfetta, in movimento, ma qui.

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