Da quando sono piccola leggo tantissimo.
Leggo ovunque (in macchina fino a farmi venire il vomito) e leggo di tutto. E quando dico di tutto, intendo proprio di tutto. Da bambina e da ragazzina mi capitava spesso di leggere libri che probabilmente non erano pensati per la mia età. Storie di perdita, di lutto, di malattia, di famiglie complicate, di genitori che invecchiano, di problemi economici, di persone che si ritrovavano a portare sulle spalle responsabilità enormi.
E non è che fossi una bambina particolarmente protetta dalla vita.
Anzi.
La mia famiglia è stata colpita da un tot di sfighe nel corso degli anni. Alcune quando ero molto piccola, altre crescendo. Ho visto preoccupazioni, difficoltà, momenti in cui le cose non erano semplici. Quindi non sto dicendo che vivevo in una bolla felice e che certi argomenti mi fossero completamente estranei.
Però era diverso, le tragedie comunque erano’ fuori da me.
Come se ci fosse una distanza di sicurezza tra la pagina e la mia vita.
Ho 34 anni e ci sono giorni in cui un romanzo che dovrebbe essere leggero riesce a mettermi addosso una tristezza incredibile.
Magari sto leggendo una storia d’amore.
Magari una commedia.
Magari uno di quei libri che compri proprio perché hai bisogno di spegnere il cervello (si, sto leggendo solo romance in questi giorni). E invece arriva una frase buttata lì.
Una riflessione sul tempo.
Un personaggio che si preoccupa per un genitore.
Qualcuno che si sente responsabile di tutti.
Qualcuno che pensa di non fare abbastanza.
E io mi ritrovo a fissare la pagina per cinque minuti dicendomi che forse era meglio comprarsi solo una gran serie di Topolino anni ’90.
Perché adesso quelle cose le sento in modo diverso, perché crescendo succede che nelle storie sei dentro, le preoccupazioni degli adulti che leggevo da ragazzina adesso sono le mie.
Il pensiero di non riuscire a fare abbastanza è il mio.
La paura che il tempo passi troppo in fretta è la mia.
L’ansia di vedere le persone che ami affrontare cose difficili è la mia.
E soprattutto è mio quel senso di colpa costante.
Quello che mi accompagna praticamente ogni giorno.
Perché ho sempre la sensazione che dovrei fare di più.
Lavorare di più.
Aiutare di più.
Guadagnare di più.
Essere più presente.
Rispondere prima ai messaggi.
Fare qualcosa in più per chi sta attraversando un momento difficile.
Qualsiasi cosa faccia, mi sembra sempre che ci sia un altro gradino da salire.
E la verità è che spesso vorrei poter risolvere i problemi di tutti. Lo so che è impossibile (salve dottoressa immagino che non leggerà ma se dovesse leggere CI STO LAVORANDO):
Lo so che è presuntuoso pensarlo ma è così. Quando vedo soffrire qualcuno a cui voglio bene, il mio primo pensiero non è “come posso stargli vicino?”. È “come posso RISOLVERE questo problema?”.
Come posso aggiustarlo, come posso portarlo via.
Se potessi scegliere, molto spesso preferirei caricarmi io il peso di certe cose piuttosto che vedere chi amo stare male.
E forse è anche per questo che oggi alcuni libri mi fanno più male di quando avevo quindici anni.
Perché non sto più leggendo situazioni ipotetiche ma la realtà, mia o di chi amo.
Sto leggendo paure che conosco.
Sto leggendo cose che potrebbero succedere domani.
O che magari sono già successe.
Quando ero più giovane pensavo che diventare adulti significasse avere più controllo ma oggi mi sembra quasi il contrario.
Più cresco, più mi rendo conto di quanto poco possiamo controllare e per me è una consapevolezza orrenda.
Nel frattempo continuo a leggere, continuo a cercare storie, continuo a commuovermi per frasi che qualche anno fa non avrei notato particolarmente.
Perché i libri sono rimasti gli stessi.
Quella che è cambiata sono io.

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