Mia mamma cucina sempre. Cucina al mattino, al pomeriggio, la sera, la notte se non dorme impasta i ravioli.
Cucinava al ristorante, cucinava al residence che avevamo a Sirmione anche se la imploravamo di non fare l’ossobuco a ferragosto, cucinava perché ci portassimo via sacchetti pieni ovunque andassimo -lontano da lei-.
Ho passato una vita ad alzarmi con l’odore di soffritto -e la sigla di Unomattina-.
Non mi piaceva l’odore del cibo, non mi piaceva per lo stesso motivo per cui mi vergognavo di dire che facevo colazione col toast in mezzo a un gruppo di bambini diceva di far colazione con i cereali e i biscotti ma l’avrei capito dopo, che non volevo essere diversa.
Poi ho iniziato a voler mangiar meno, l’indispensabile.
Ho coperto i fornelli di due case, riempito i frigoriferi di vino che non bevevo comunque io.
Voi sapete che io non cucino. Quasi un vanto, tanto cucina Ale, tanto cucina mi mamma, tanto l’indispensabile per la sopravvivenza so farlo ma perché dovrei.
Perché dovrei sporcare, mettere in disordine, far puzzare la casa.
Da due mesi ho cominciato a fare una ricetta di mia mamma a settimana.
Lei mi manda una foto della ricetta scritta a mano e io non ci capisco niente, non ci sono passaggi, non ci sono dosi.
Allora la chiamo, la facciamo in videochiamata e io posso cucinare davvero e non come le volte in cui abbiamo provato dal vivo e io mi innervosivo e lei mi faceva tagliare i pomodori e lavare le fragole. Io cucino e lei mi sgrida se non ho preso dei buoni ingredienti, mi dice brava, mi dice che si vede che è buonissimo, che vorrebbe provarlo anche lei.
E quindi la casa si riempie di odore -non ce la faccio a chiamarlo profumo scusatemi- ma io non voglio che sparisca subito, non corro a spalancare le finestre.
Mi beo di quello che non è proprio quello che fa lei ma che me lo ricorda abbastanza e allora va bene se anche rimane un po’.

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