Ci sono quelle serie che inizi quasi per caso e che poi finiscono per prendersi tutto lo spazio del weekend. All Her Fault è stata esattamente così: divano, copertina, Ale accanto e quella sensazione di “ok, ancora una puntata” che sappiamo tutti come va a finire.
È una serie che scorre bene, che ti tiene lì senza chiederti uno sforzo enorme, ma allo stesso tempo non è vuota. Anzi. Ha diversi livelli di lettura e, come spesso succede, alcune cose mi hanno colpita più di altre.
Partiamo dall’ovvio, ma anche dal necessario: le case sono stupende. Quelle case grandi, luminose, ordinate (o apparentemente tali), che diventano quasi un personaggio della storia. Ambienti che raccontano status, controllo, distanza emotiva. Io queste cose le guardo sempre con attenzione, forse più del dovuto, ma qui l’ambientazione è parte integrante della narrazione. Non è solo “bella scenografia”: è un modo per dirti chi sono queste persone, come vivono e cosa cercano di mostrare al mondo.
Stesso discorso per i vestiti, curatissimi. Nulla è lasciato al caso, tutto è coerente con il personaggio che lo indossa. Outfit che non rubano la scena ma che aiutano a costruire identità, tensioni, ruoli. È una di quelle serie in cui ti ritrovi a pensare “ok, questo guardaroba è stato pensato davvero bene”.
Altro elemento che continua a farmi un certo effetto: non mi abituo a vedere Dakota Fanning adulta. È una cosa totalmente irrazionale, lo so, ma il mio cervello fa ancora fatica a conciliare l’immagine della bambina prodigio con quella di una donna che regge ruoli così complessi. Detto questo, funziona. Eccome se funziona. Dakota Fanning ha una presenza che regge bene il peso emotivo della storia, senza eccessi e senza forzature.
Veniamo al famoso plot twist, quello che ha lasciato molte persone a bocca aperta. Qui sarò onesta: per me era abbastanza prevedibile. Non perché la serie sia banale, ma perché vivo letteralmente immersa in thriller domestici, misteri familiari e dinamiche psicologiche contorte. Se, come me, leggi compulsivamente Frida McFadden e Adele Parks, inizi a riconoscere certi schemi, certi segnali disseminati lungo il percorso.
Questo però non ha tolto valore alla visione. Perché All Her Fault non gioca tutto sull’effetto sorpresa. La vera forza, secondo me, sta in quello che racconta sotto la trama thriller.
La riflessione sul carico mentale delle donne è la parte che ho trovato più interessante in assoluto. Quel peso costante, silenzioso, che accompagna ogni decisione: essere madri, compagne, donne “giuste”, sempre responsabili, sempre attente. Anche quando qualcosa va storto, il dito tende a puntare lì. È una colpa che si insinua piano, che viene interiorizzata prima ancora di essere esplicitata.
La serie riesce a mostrare tutto questo senza farne un manifesto, senza spiegoni. È una presenza costante, che senti anche quando non viene nominata. Ed è forse il motivo per cui alcune dinamiche fanno così male: perché sono riconoscibili, quotidiane, tremendamente reali.
All Her Fault è una di quelle serie che ti tengono incollata allo schermo ma che, allo stesso tempo, ti fanno pensare mentre scorrono. La guardi per la storia, per l’estetica, per capire “come va a finire”, e poi ti accorgi che quello che resta sono le domande, le responsabilità, i giudizi. E sì, anche la voglia di vivere in una di quelle case meravigliose, almeno per una sera.

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