Perché queste adv mi hanno catturata (spoiler: non è un caso)

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Partiamo da un presupposto molto semplice e molto vero:
passo così tanto tempo al telefono che quello che vedo non è mai casuale.

Il mio feed è super targetizzato, cucito addosso, allenato giorno dopo giorno a forza di scroll, salvataggi, pause più lunghe su certi contenuti e totale indifferenza verso altri.
Quindi no, non mi sorprende che alcune sponsorizzate riescano ancora a fermarmi. Mi interessa perché lo fanno. Un po’ perché é il mio lavoro un po’ perché a me la pubblicità affascina da sempre.

Queste cinque adv, in momenti diversi, mi hanno fatto rallentare lo scroll.
Mi hanno colpita perché mi somigliano.


1. Quando non sembra una pubblicità (e invece lo è)

La prima sponsorizzata — quella di Ffern- fatta di carta, profumo, piccoli oggetti, mare freddo — non cerca di convincermi.
Non mi spiega niente. Non mi chiede niente. Non mi promette niente.

Mi invita dentro un mondo fatto di lentezza, ritualità, silenzio.
Il prodotto c’è, ma non è il protagonista. È quasi un dettaglio.

Ed è proprio questo il punto:
io non mi fermo quando qualcosa cerca di vendermi qualcosa.
Mi fermo quando mi fa sentire a casa. O almeno mi fa sentire che quella roba li che vende potrebbe farmi sentire a casa.


2. La candela nella neve: tempismo perfetto, zero sforzo

La candela immersa nella neve arriva nel feed nel momento esatto in cui ho bisogno di calore, atmosfera, comfort.
Non perché io stia cercando una candela, ma perché è inverno, fa freddo, e certe immagini parlano direttamente al corpo prima ancora che alla testa.

Qui non è il prodotto a funzionare. È il contesto.
Il contrasto caldo/freddo, il silenzio, la stagionalità.

Non mi sta dicendo “comprami”.
Mi sta dicendo “guarda, respira”.

E io ho comprato un botto di candele Ava&May nel tempo quindi ecco non mi sorprende che sia ben targetizzata 🙂


3. Jones Road: quando il copy ti guarda dritto negli occhi

“Finally, a pink makeup that doesn’t look too warm or orange on me.”

Ecco. Finita.
Perché quella frase non è generica. È specifica. È una micro-frustrazione detta ad alta voce.

E qui entra una cosa molto personale:
sono una fan pazza di Bobbi Brown da sempre.

Bobbi Brown non è solo un brand di make-up. È stata una rivoluzione!
Negli anni ’90 ha portato un’idea radicale per l’epoca: il trucco doveva valorizzarti, non trasformarti. Doveva funzionare nella vita vera, non solo sotto le luci di uno studio.

Quando ha venduto Bobbi Brown Cosmetics a Estée Lauder, a un certo punto se n’è andata.

Jones Road nasce esattamente da lì.
Da una donna che, a sessant’anni passati, decide di riprendersi la propria voce e creare un brand che parla a chi non vuole sembrare “truccata”, ma semplicemente sé stessa.

Quell’adv funziona perché non vende un rossetto rosa.
Vende un punto di vista. E io, quello sguardo lì, lo riconosco subito. E poi raga ho un sacco di libri di Bobbi Brown, devo decidermi a sostenerla anche in questa avventura (penso che riuscità ugualmente a pagarsi le fatture acnhe se non ordino io)


4. Le tazze colorate: desiderio quotidiano (e giustificabile)

Le ceramiche colorate con lo sconto chiaro, leggibile, onesto.
Un oggetto che non è un lusso irraggiungibile, ma qualcosa che potrei usare ogni giorno.

Qui succede una cosa interessante:
non è un acquisto impulsivo, è un acquisto raccontabile.
“Non mi serve, ma lo userò sempre.”

E quando un prodotto ti permette di costruire una storia credibile attorno al perché lo vuoi, sei già molto avanti. Peccato che io abbia piu tazze che mutande ormai. E io ho UN SACCO di mutande.


5. Scially e l’ironia che non ti tratta da stupida

Infine, Scially.
Un prodotto legato al benessere digestivo che sceglie di non essere medico, freddo o paternalista.

Il copy è ironico, diretto.

Qui non mi sento spiegata, né corretta.
Mi sento capita.


Il punto non è cosa vendono. È perché io mi fermo.

La verità è che io non sto cercando niente.
Sto solo scrollando. Troppo. Come tutti.

E proprio per questo il feed è diventato uno specchio piuttosto onesto di quello che mi attraversa:
stanchezza, desiderio di cose belle, bisogno di silenzio, ironia come forma di difesa.

Queste sponsorizzate non mi hanno colpita perché sono “fatte bene” in senso tecnico.
Mi hanno colpita perché non mi fanno sentire sbagliata mentre le guardo.

Il fatto che io lavori nella comunicazione viene dopo.
Prima c’è una persona che guarda, salta, ignora, salva.
Ed è lì, in quel gesto minuscolo e quotidiano, che succede tutto.

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